Personaggi incontrati

Il cantautore va a Santiago! Il libro.

sempre grande appassionato di esseri umani. Delle loro storie, del perchè fanno quello che fanno, di cosa lasciano e di quello che non sanno di star cercando. E forse per questo mi sono goduto così tanto il libro [...]. (Maurizio Blatto)

Se è vero che certe esperienze sono capaci di trasformarci, chi per brevità chiamiamo artista porta in valigia la capacità di trasformare l’esperienza. E questo progetto artistico chiamato From Orlando to Santiago è stato un viaggio, un blog “pseudo tutto” (ma potrei definirlo pseudo socio-spirituale) uno spettacolo concerto, un album musicale, un tour europeo di house concerts e, infine, rimarranno queste pagine scritte. Infine, un libro.

Qualche lacrimuccia mi verrebbe da versarla, ma l’ho già fatto vivendole certe cose, e ri-vivendole mentre le scrivevo. E, anche se è stato molto ben sottotitolato come “un viaggio (s)canzonato nel pellegrinaggio più famoso”, questo libro ne è il più giusto e appassionato compendio. E non vedo l’ora che lo leggiate e di rileggerlo insieme a voi.

Le righe riportate in calce sono estratte dalla Prefazione al libro di cui mi ha onorato Maurizio Blatto, giornalista musicale e scrittore, la cui penna brilla per me come quella dei maestri.

Il libro esce in tutte le librerie il 3 Aprile.
Mercoledì 5 Aprile ”Il cantautore va a Santiago!” in diretta per Radio Beckwith dalle 11.05, con l’accompagnamento d’eccezione del maestro Franco Olivero.
Poi  giro di presentazioni.
La prima sarà al Circolo dei Lettori di Novara il 6 Aprile (h.21.00) ma tenete d’occhio le mie bacheche: qui, sul mio sito personale o sulla pagina facebook.
E allora, a tutti voi e a tutti noi, buon viaggio! Per una volta, potete farlo senza le scarpe da montagna.

Dracula sulla strada

Dracula sulla strada

Qualcuno parla di vari stadi del Cammino, corrispondenti ad altrettanti stadi di consapevolezza. Uno stadio fisico – i primi sette-dieci giorni – quando la mente è sotto scacco del corpo. Uno stadio emotivo e uno, infine, spirituale.
In genere sono allergico alle categorie e, del resto, in questo momento, sotto un sole fotonico, nel bel mezzo di una meseta che sembra più il deserto del Sahel, gli stadi sembrano piuttosto ambigui: sono esausto e disidratato, eppure sto transumando, vicino allo stato gassoso, e  non saprei se la cosa parta dal corpo, dallo spirito o dalla mente (comunque evaporata).
Per fortuna, adocchio l’unica sagoma d’alberello, in diciassette chilometri, bella come un miraggio. Ci arrivo (vivo) e mi accascio all’ombra spilorcia. Ma ecco che balugina in lontananza un’altra sagoma audace . Miraggio per miraggio, mi sembra di vedere un uomo avvolto in una mantella o in un vestito lungo nero: cosa da pazzi con questi quaranta gradi all’ombra.

“Come, come, lay down in the shade” – gli faccio. Si siede di fianco a me. Avvolto dalla sua palandrana.
Gli do’ due minuti per ripigliarsi e poi parto alla carica: “How are you doing?”

“Caldo”
Devo avere un accento italiano tremendo. L’uomo in nero protegge dal sole una pelle bianchissima.

“Da dove vieni”?

“Transilvania”.
Ecco: ogni paese ha davvero il suo pellegrino qui sul Cammino. Ed io sono di fronte al principe delle tenebre.

“Non così caldo, eh, in Transilvania”

“No, non così caldo”

Non resisto e vado subito al punto: “Non fa un po’ troppo caldo con quella roba addosso?”

“No lino è la cosa migliore per il caldo e luce”“ah, si certo…e com’è la Transilvania, un po’ spettrale, eh?..” – nooo: sto facendo incazzare Dracula…sto facendo incazzare Dracula!!..

“Transilvania è una terra bellissima, piena di verde, montagne,natura, anche la gente è molto buona”

“Molto…buona?”

“Peccato per immagine stupida che la Storia ha lasciato di Transilvania, con cinema di pipistrelli e vampiri”

“eh sì…sì: cazzate! I vampiri…ma andiamo!…”

“vieni in Transilvania e vedrai. Io riprendo la strada. Se ti fermi stasera all’albergue, faccio gulash”

“Ah, grazie che gentile, buen camino!”
Ancora un po’ incredulo, lo guardo allontanarsi silenzioso davanti al suo mantellone, così lontano dalla sua Transilvania e dalla sua notte. Chissà cosa sta cercando Dracula sulla strada. Forse si è perso dietro a una donna, sempre il solito romanticone.
Quanti incontri incredibili, anche quando restano cose di un attimo. E chi lo sa chi è il vero Dracula: lui o io, che cerco di leggere negli occhi degli altri che cosa li spinga fin qui. Io che succhio loro l’anima.

 

 

 

 

La veritá dei passi: father and son

C’é questo film di Akira Kurosawa, che si chiama “Dreams”. In uno degli episodi del film, un emozionato visitatore del Museo Van Gogh osserva il “campo di grano con corvi”. Il suo sguardo incantato ci trascina nei campi di Provenza, frequentati dal povero Van Gogh. E alla fine lo vediamo il maestro, sulla “scena del delitto”, mentre imprigiona sulla tela il paesaggio sulfureo e spettrale dei corvi incombenti, con i gesti convulsi di una locomotiva lanciata.
La tappa che muove da Estella a Torres del Rio inanella scenari che potrebbero essere altrettanti quadri en plain air, tutti per gli occhi. Solo dopo capiró quale libidine possa essere stata questa camminata pittorica per Josè Manuel. Ci conosciamo dopo alcuni vicendevoli scatti lungo il sentiero (un po’ come quando in auto si sorpassa solo per non avere altre auto vicine). Camminiamo da soli. Ci squadriamo un po’, con occhiate severe. Alla fine qualcosa gli dico. Alla fine qualcosa mi dice.
In genere si parte, come sempre, dalle banalitá (il pellegrino non fa eccezione). Quanti chilometri hai fatto, da dove sei partito. Ma se in quella manciata di chilometri tocchi per caso una corda intima, allora su quel cammino rimangono orme che non dimenticherai più.
Ancora nella fase delle banalità, Josè mi conta di essere stato a Roma, ma sembra puntare insistentemente su Michelangelo e Caravaggio. In sintesi, quello che vuole dirmi é che questi due sono gli antesignani della frase “piú vero del verò”. Mio commento: é vero. Mi sento un po’ scemo.
Dopo questo primo shock, mi difendo annoverando le specificitá – tutt’altro che banali – della tecnica ad acquerello. E quando, lungo il cammino, un rapporto si fa speciale, non si può non tirare fuori il primo amore: Van Gogh, ovviamente. Il bello é che José Manuel é il ritratto sputato di Paul Gaugin. Giuro. Ed eccoci lí, a parlare di Vincent e delle sue notti stellate. Mi vengono in mente i versi di una canzone sulla quale sto lavorando adesso. Il ritornello dice “Fulgida stella, le cicatrici sono le stelle di Van Gogh”.
Altre due cose danno a Jose Manuel un posto speciale nel mio cammino. La prima: finiamo a parlare di quello che ti fa vivere il Cammino. Josè, che lo ha giá fatto piú di una volta, mi parla delle che persone che si reincontrano, a distanza di giorni. Una gioia speciale. Guarda caso, reincontrerò José Manuel.
La seconda: ha deciso di rifare il cammino per portare suo figlio, sedicenne. Gli dico che secondo me é una cosa stupenda. D. potrá vedere il papá a contatto con la gente,pellegrino tra i pellegrini. Lo vedrá disponibile, simpatico, fragile, insicuro, o che ne so. E poi, in fondo, in cammino tiriamo fuori il meglio di noi stessi. Non c’é nulla da perdere e c’é un mondo da conoscere.
Il cammino é un canale di comunicazione.

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Nuova Grammatica (duetto)

Inedito a metà. Half new song.
Di: Orlando Manfredi e Irene Salza.
Special guest: Pierpaolo Pontarollo.

Un nuovo grande amico del Cammino. Per di piú gran musicista.
Non potevamo resistere alla tentazione, nonostante il vento.

La verità dei passi: messaggi

The truth of steps isn’t always noisy. It moves along quite spaces of distance, to appear all of a sudden, in shape of messages.
Along the Walk, many people are used to leave each other personal messagges. Sometimes you can be witness of people’s messages, if you’re able to observe what’s being around you.
Messages in bottles, songs in shells, paintings inside caves. All details to be still together, in the distance.

En el Camino la verdad de los pasos non hace siempre ruìdo. Parece moverse tambièn en los espacios silenciosos de la distancia, presentandose por forma de mensaje.

Lungo il Cammino capita di lasciarsi messaggi personali (da raccogliere a distanza di giorni), o di essere testimoni di messaggi altrui, a saper osservare certe cose. Messaggi nella bottiglia, canti nella conchiglia, disegni nella grotta: tutti dettagli per essere insieme ancora, nella distanza.

Un amico conosciuto sul Cammino, e scivolato qualche tappa più avanti di me, mi fa sapere al telefono che qualcuno ha lasciato un messaggio per me, al cartello d’ingresso della Regione di Castilla y Leon.
Guardo alla sinistra del cartello, come da istruzioni, ma il biglietto o la scritta non si vedono. Avrò sbagliato cartello? Cerco negli angoli, nelle rientranze, nei coni d’ombra di tutti i cartelli della Castilla y Leon, ma nulla.
Forse i messaggi sono a scadenza? Dopo un po’ scompaiono? O forse il mio messaggio è stato spostato più avanti, chilometri e chilometri, dove i giorni distilleranno i significati?
Beh, è bello anche così: sapere che qualcuno ha lasciato, da qualche parte, qualcosa per te, che rimane sconfinatamente chiuso nello spazio dell’immaginazione.

A Najera, ultima cittadina della Rioja, l’albergue municipale tocca le sponde del rio Najerilla, circondato da un parco – quello che ci vuole per riposare i piedi, mangiare e, se capita, suonare qualcosa.
Alla sera gli ultimi pellegrini dividono la cena e nascono gruppetti spontanei, cantate, scambi di esperienze. Rimango nel parco fino alla chiusura. Con me una ragazza olandese. Ci rivolgiamo parola, vinti dalla solitudine e dalla cortesia. Ma tutto si aggrappa all’equivoco. Io sono lì per fare il punto su alcune idee alla chitarra, lei è lì per girarsi una canna. A ognuno la sua finestra privata, anche se le canne si fanno girare e le canzoni si fanno ascoltare. Stavolta no. Tiriamo un sospiro di sollievo e andiamo a dormire.

Reincontro Lisa qualche giorno dopo, all’uscita da Santo Domingo della Calzada. Mi sto filmando con l’ì-phone: parlo da solo come un cretino. Sto raccontando la leggenda dei polli della Calzada, che resuscitano nel piatto di un giudice corrotto, per manifestare il miracolo della vita, resa ad un giovane impiccato ingiustamente. In quei quattro minuti si di storytelling incede da lontano la ragazza del parco. Io valuto se far finta di parlare con gli uccelli, come San Francesco, ma poi ci ripenso: finirei nella “mimesis” facendo il verso dell’upupa e cose del genere. Dunque le dico semplicemente che sto raccontando la leggenda dei polli della Calzada. Non fa una piega.
“Ho raccontato questa storia perchè mi sembra un modo di dire con una favola quello che un po’ succede davvero sul Cammino”. “Sì è bello, se la vivi così.” “Tu come la vivi?” “Così. Infatti è già il secondo anno che sono qui. Ho lasciato gli Studi Sociali, per venire qui: può insegnarti molto di più il Cammino di tutta quella roba”.

Finiremo a parlare per ore di un’infinità di cose, come gettarsi senza rete in un rischio senza fondo – se si ritiene giusto farlo; del Tempo secondo i maya (mi chiarisce subito che quella della “fine del mondo” è una libera interpretazione idiota di un pensiero più raffinato); del Tempo secondo Bergson (il Tempo è Durata, un flusso che contiene passato, presente e futuro); di “Into the Wild”, e di quanto siamo stati male entrambi dopo averlo visto (sono sicuro che quel film non sia un capolavoro, eppure c’ho messo tre giorni a riprendermi, perchè certe volte è più importante quello che vuoi dire di come lo dici, e perchè quel ragazzo è ciò che siamo stati tutti in qualche secondo della nostra vita); di voragini affettive che concediamo agli animali – alla fine più grandi di quelle che abbiamo concesso a molti essere umani. “L’altro giorno, ho visto un cane – io ho un rapporto speciale con i cani – era tutto stretto a una corda sotto il sole e piangeva; sono stata con lui per un paio d’ore, e nessuno è fatto vivo a portargli da bere o da mangiare, o una carezza. Non potevo andarmene senza liberarlo. Qualche volta è giusto fare quello che non bisogna fare.”

Quando le chiedo quanti anni abbia, mi risponde serena “diciannove”. Non posso crederci. “E sei qui da sola?”. “Ora sì. Ho iniziato il cammino coi miei e con mio fratello. Poi i miei se ne sono andati e sono rimasta con mio fratello. Ma ora lui è più indietro.” “E’ più grande di te?” “No, diciassette.” “Avete scazzato?” “No, il fatto è che è troppo legato a me e odia tutti quanti, perchè crede di non essere amato dal mondo. Deve solo imparare a non buttare adosso al prossimo la sua paura. Dunque, abbiamo pensato che sia meglio così: separati. Ognuno per la sua strada. Ma insieme. A lui piace un sacco fermarsi a guardare tutte le fontane, cercare i muschi, mettere i piedi a mollo. Qualche giorno fa ho visto una fontana bellissima e gli ho lasciato un messaggio. Una cosa per lui. Sono sicura che si fermerà.”

“Beh, io mi fermo qui per registrare qualcosa. Puoi restare, se vuoi.” “Io sono lentissima. E’ meglio che vada. Com’è che ti chiami già?” “Orlando” “E poi?” “Manfredi”. “E’ un bel nome?” “Non lo so. E’ un po’ raro. A me piace.” “E tu com’è che ti chiami?” “Lisa” Poi segue un cognome piuttosto olandese. “E a te piace?” “Lisa mi piace ma il mio cognome fa troppo olandese.” “Allora smettila di essere così olandese e abbraccciami”. “Se non ci vediamo più, controlla le fontane.”

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