Coming soon!

Come si dice, il viandante non può far altro che camminare ma prima o poi arriva. Ora divertiamoci un po’ a giocare al gatto col topo. Dove eravate rimasti? Un viaggio. Fino a Santiago di Compostela, giusto? A piedi, sì. Con una chitarra bonsai attaccata allo zaino. E un altro viaggio in tempo reale sul web. E poi uno spettacolo concerto su quel viaggio. E ora? Arriverà un 2015 appassionante.

 

 

from Orlando to Santiago al To-Fringe Festival!

Il Fringe Festival, ovvero il festival internazionale delle nuove arti performative che dal 2 al 12 Maggio invade i locali e le strade di Torino come la peste! Ma per fortuna è solo Arte necessaria, il gioco di quando una società vuole diventare grande.
Occhio alle date e agli orari! 

 

 

 

Prossimamente sulla Strada

A quelli che stanno aspettando dico “animo”, il camminatore scivola piano, prende deviazioni ma prima o poi arriva. E aspettarlo sarà valsa la pena. Ci rivediamo nel 2014 con uno spettacolo, un disco (in anteprima ai sostenitori del progetto), un libro. E coi piedi stanchi ma felici.

La mia via del sale

La mia via del sale

Le vie del sale: antiche rotte di collegamento, viaggi di approvvigionamento, andate e ritorni dalla terra al mare, tra la Liguria e il Piemonte, l’oltrepo pavese, l’appenino emiliano.
Ed ecco il pretesto: un ingaggio per il CerianaArt, nell’entroterra ligure, in quel di Ceriana, Val D’Armea.
Così il nostro cantautore pellegrino si mette in viaggio a piedi (sennò che pellegrino è?!), zaino e chitarrina in spalla, dal Colle di Nava, per sudarsi anche lui la sua via del sale. Da lì, l’itinerario prescelto prevederebbe un cammino piuttosto sicuro, su strade battute e accessibili. Ma le cose non andranno così.
Prima regola dell’”escursionista avventuriero”: se non conosci le zona che attraversi e sei solo, cerca di fare in modo di non essere troppo isolato dal mondo.

Ore dieci: già molto tardi per una giornata al passo. Da Nava mi aspettano  le ore più calde del giorno, e venti chilometri di provinciale, a meno di non trovare un passaggio fin su a S.Bernardo di Mendatica, il punto più strategico da cui infilare la via che porti verso Triora.
Vedo passare un fuoristrada scabinato con, a bordo, due giovanissimi ragazzi: capelli,  pensieri e sorrisi al vento, forse diretti al loro buen retiro, a preparare esami senza ammazzarsi troppo. Allungo il pollice all’ultimo istante, in modo che ormai sia troppo tardi per fermarli – ma perché sono così idiota?
Seconda regola dell’escursionista avventurieroricordarsi che la vera stanchezza non viene dall’usura del corpo ma da quella dei nervi .
Poi, sbuca da una curva un rimorchio, che mi si affianca senza bisogno del “dito”: Ciao! Fai il giro del mondo a piedi? Monta su! Io mi fermo a S.Bernardo.”

Saluto Settìmio, camionista altruista, non prima di sentirmi dire: “ma non ti rompi i coglioni a camminare tutto il tempo da solo?”
Il paese è una strada, una locanda e i venti che spazzano i crocevia. Siamo a 1263 m sul livello del mare. L’orientamento è molto più complesso delle rassicurazioni della locandiera. Poi incontro l’imbocco a un sentiero che affonda nel bosco. A questo punto ho già girato abbastanza per non avere più idea della mia collocazione. In teoria, dovrei andare a sud ovest.
Terza regola dell’escursionista avventuriero: premurarsi di avere sempre una bussola con se’.  E qui mi va bene: ho la bussola di default sul telefonino. Per ora.

Quarta regola dell’escursionista avventuriero: mai interpretare uno stato di favore o di benessere presenti come permanenti. La sfiga è sempre dietro l’angolo.

Cielo plumbeo. Si scatena sul bosco una tempesta d’acqua e fulmini. Mi bardo con il k-way che, per pura abitudine, ho buttato nello zaino. Calma, niente panico. Ma che calma! Sono smarrito tra una direzione e l’altra del sentiero (ora una specie di golfo mistico), terrorizzato dall’eventualità d’essere preso da un lampo. L’istinto mi dice: spegni il cellulare, butta via qualsiasi superficie puntuto-metallica, e allontanati da rocce e alberi. Quinta regola dell’escursionista avventuriero: da bravo, butta via qualsiasi superficie puntuto-metallica e allontanati da rocce e alberi, in caso di tempesta. Vedi, delle volte, l’istinto!
Così mi trovo davanti il segnavia che recita “AV”E’ il segnale dell’Alta Via, mitico sentiero di montagna che attraversa tutta la catena delle Alpi Marittime (e parte dell’Appenino), fino alla piana di Sarzana, per un totale di 442 chilometri.
Di fianco, un nuovo cartello indica “Rifugio San Remo: 4 ore”.

Senza più copertura telefonica, si impone la scelta che può fare la salvezza o la rovina dell’escursionista avventuriero. Scelta che è anche la sesta regola:  se nella macchia non capisci più una mazza, sali in cima, dove di sentiero ce n’è uno solo (se c’è).
E il tempo finalmente mi accompagna, rischiarando mano a mano il cielo e la dorsale sottostante.  Il sentiero si snoda in cresta, tra due versanti che declinano dolcemente. Sono sull’estremità più alta della montagna, sopra le nuvole e il campo aperto della dorsale. Sto passeggiando sulla cima del mondo (con una chitarrina in spalla!), per arrivare migliaia di metri più in basso, a cantare canzoni tra il calore degli esseri umani.

Scivolo sulla cresta, senza paura. Tocco la Cima della Garlenda (2141 metri), scendo al Passo del Frontè (2090 m). In  questo lembo di stagione, la montagna è un’eplosione di fioritura: ci puoi trovare anche gli anemoni alpini, rarissimi, che paiono essersi conservati come resti glaciali.Tra le rampe del Monte Cimonasso e la Cima della Valletta, se ne sta piantato, come una casetta di Heidi, il Rifugio San Remo, a 2054 metri. Oramai si avvicinano le sette della sera. Oltre non mi posso spingere. E del resto, di benzina non ne ho proprio più.  Intorno al rifugio, nessuno. Lungo il sentiero non ho incontrato anima viva. La casetta di Heidi sembra essere chiusa.
Settima Regola dell’escursionista avventuriero: fà il piacere di controllare prima quali i rifugi aperti e quali chiusi.

Al suono del campanaccio, la porta si apre. Un signore attempato, irsuto, dalla distanza siderale delle lenti appuntate al naso, mi fissa per una ventina di secondi, senza dire una parola. “Mi arrendo – gli faccio – devo fermarmi qui. C’è posto?” Dice qualche parola confusa, poi passa ai gesti. Non è italiano. Mi fa cenno di entrare. Con noi una donna. Presumibilmente, la compagna dell’uomo irsuto.
Si chiamano Teo e Regula. Sono svizzeri, neutrali ma disponibili: rispetto al mio arrivo non manifestano disappunto, né – per contro – particolare accoglienza. Forse si stanno attenendo ad un elementare codice di soccorso alpino, ma di fatto saranno i miei salvatori.

Accettano che io dorma la notte al caldo. La camerata, al piano di sopra, non è piccola e i posti letto numerosi.
A notte fonda, vengo strappato al sonno dalla sete. Scendo in cucina e tracanno un bicchierone d’acqua del rubinetto. Poi, leggo con terrore la scritta “non potabile”!
Come in un vero rifugio di alta montagna, manca l’allacciamento. Quella che c’è – quando c’è – è la piovana, raccolta in una cisterna, e destinata alla pulizia delle stoviglie e poco altro. Ottava regola dell’escursionista avventuriero: in montagna l’acqua è rara e preziosa e non sempre è a tua disposizione. La montagna insegna l’umiltà.

Saluto i miei ospiti, inetto a dire tutta la mia gratitudine, e mi metto in cammino, senz’acqua e con un panino avanzato dal giorno prima. Nona regola dell’escursionista avventuriero: mai trovarsi senz’acqua o senza cibo. Questa l’ho sgarrata solo a metà.
Al Rifugio Allavena – intorno ai 1550 di Colla Melosa, a mezza costa - vengo conquistato da magnifici gesti d’accoglienza e personaggi irripetibili.
Uno su tutti, Adamo, capo cambusiere e jukebox di minchiate del rifugio. Lui è l’archetipo. Il primo uomo. Anche i modi sono maliziosamente primordiali. Quando gli dico che l’indomani mattina vorrei fare colazione molto presto, mi risponde “certo puoi uscire fuori a brucare un po’ d’erba.” E’ il suo marchio di fabbrica, e funziona.

Ed ecco Cerianaaggrappato al cielo, scosceso, scalèno e bellissimo.
Paese di iperboliche bestemmie e di commentarii osceni, equipara i suoi umori e le sue sparate alla durezza della vita, alla durezza delle case di rocche, alle sue frane, alle arenarie friabili, ai faticosi camminamenti, detti carrugiTutto è ristretto in piccolo; ogni gesto è educazione all’essenzialità, valore aggiunto dell’avere meno; ogni passo è in salita o in discesa. Rarissime le circostanze in piano.

Così, nell’abbraccio della comunità e del CerianaArt, ogni imprevisto è un lusso: il concerto dirottato per maltempo dalla magnifica Piazza Marconi al marciapiedi coperto di una strada di collegamento, e sono decine i dirimpettai a farci da pubblico improvvisato, e autobus, api-piaggio e motorette a fendere la scena, quasi a dirci che l’arte che entra nelle case, cammina sulle strade, scivola nella vita reale è  forse quella più nobile.

Decima regola…