I mille grazie in una conchiglia

Peccato non si possa disegnare il male agli zigomi che mi avete inflitto, dal sorriso che non riesco a staccarmi dal viso.
Ora che é finito il crowdfunding di verkami, sarebbero 106 i lunghi grazie da mettere nella conchiglia (tanti quanti i donatori) ma poi – si sa – la risacca ve li soffierebbe cento volte ancora, fino a venirne fuori come eco di canzoni. Quando accadrá il disco sará pronto. Potrete riaprire la conchiglia.

Grazie con tutto il cuore a voi tutti che avete creduto in questo progetto.

La raccolta é finita ma il progetto continua sul Cammino e sul blog.
All my love
Orlando

La verità dei passi: messaggi

The truth of steps isn’t always noisy. It moves along quite spaces of distance, to appear all of a sudden, in shape of messages.
Along the Walk, many people are used to leave each other personal messagges. Sometimes you can be witness of people’s messages, if you’re able to observe what’s being around you.
Messages in bottles, songs in shells, paintings inside caves. All details to be still together, in the distance.

En el Camino la verdad de los pasos non hace siempre ruìdo. Parece moverse tambièn en los espacios silenciosos de la distancia, presentandose por forma de mensaje.

Lungo il Cammino capita di lasciarsi messaggi personali (da raccogliere a distanza di giorni), o di essere testimoni di messaggi altrui, a saper osservare certe cose. Messaggi nella bottiglia, canti nella conchiglia, disegni nella grotta: tutti dettagli per essere insieme ancora, nella distanza.

Un amico conosciuto sul Cammino, e scivolato qualche tappa più avanti di me, mi fa sapere al telefono che qualcuno ha lasciato un messaggio per me, al cartello d’ingresso della Regione di Castilla y Leon.
Guardo alla sinistra del cartello, come da istruzioni, ma il biglietto o la scritta non si vedono. Avrò sbagliato cartello? Cerco negli angoli, nelle rientranze, nei coni d’ombra di tutti i cartelli della Castilla y Leon, ma nulla.
Forse i messaggi sono a scadenza? Dopo un po’ scompaiono? O forse il mio messaggio è stato spostato più avanti, chilometri e chilometri, dove i giorni distilleranno i significati?
Beh, è bello anche così: sapere che qualcuno ha lasciato, da qualche parte, qualcosa per te, che rimane sconfinatamente chiuso nello spazio dell’immaginazione.

A Najera, ultima cittadina della Rioja, l’albergue municipale tocca le sponde del rio Najerilla, circondato da un parco – quello che ci vuole per riposare i piedi, mangiare e, se capita, suonare qualcosa.
Alla sera gli ultimi pellegrini dividono la cena e nascono gruppetti spontanei, cantate, scambi di esperienze. Rimango nel parco fino alla chiusura. Con me una ragazza olandese. Ci rivolgiamo parola, vinti dalla solitudine e dalla cortesia. Ma tutto si aggrappa all’equivoco. Io sono lì per fare il punto su alcune idee alla chitarra, lei è lì per girarsi una canna. A ognuno la sua finestra privata, anche se le canne si fanno girare e le canzoni si fanno ascoltare. Stavolta no. Tiriamo un sospiro di sollievo e andiamo a dormire.

Reincontro Lisa qualche giorno dopo, all’uscita da Santo Domingo della Calzada. Mi sto filmando con l’ì-phone: parlo da solo come un cretino. Sto raccontando la leggenda dei polli della Calzada, che resuscitano nel piatto di un giudice corrotto, per manifestare il miracolo della vita, resa ad un giovane impiccato ingiustamente. In quei quattro minuti si di storytelling incede da lontano la ragazza del parco. Io valuto se far finta di parlare con gli uccelli, come San Francesco, ma poi ci ripenso: finirei nella “mimesis” facendo il verso dell’upupa e cose del genere. Dunque le dico semplicemente che sto raccontando la leggenda dei polli della Calzada. Non fa una piega.
“Ho raccontato questa storia perchè mi sembra un modo di dire con una favola quello che un po’ succede davvero sul Cammino”. “Sì è bello, se la vivi così.” “Tu come la vivi?” “Così. Infatti è già il secondo anno che sono qui. Ho lasciato gli Studi Sociali, per venire qui: può insegnarti molto di più il Cammino di tutta quella roba”.

Finiremo a parlare per ore di un’infinità di cose, come gettarsi senza rete in un rischio senza fondo – se si ritiene giusto farlo; del Tempo secondo i maya (mi chiarisce subito che quella della “fine del mondo” è una libera interpretazione idiota di un pensiero più raffinato); del Tempo secondo Bergson (il Tempo è Durata, un flusso che contiene passato, presente e futuro); di “Into the Wild”, e di quanto siamo stati male entrambi dopo averlo visto (sono sicuro che quel film non sia un capolavoro, eppure c’ho messo tre giorni a riprendermi, perchè certe volte è più importante quello che vuoi dire di come lo dici, e perchè quel ragazzo è ciò che siamo stati tutti in qualche secondo della nostra vita); di voragini affettive che concediamo agli animali – alla fine più grandi di quelle che abbiamo concesso a molti essere umani. “L’altro giorno, ho visto un cane – io ho un rapporto speciale con i cani – era tutto stretto a una corda sotto il sole e piangeva; sono stata con lui per un paio d’ore, e nessuno è fatto vivo a portargli da bere o da mangiare, o una carezza. Non potevo andarmene senza liberarlo. Qualche volta è giusto fare quello che non bisogna fare.”

Quando le chiedo quanti anni abbia, mi risponde serena “diciannove”. Non posso crederci. “E sei qui da sola?”. “Ora sì. Ho iniziato il cammino coi miei e con mio fratello. Poi i miei se ne sono andati e sono rimasta con mio fratello. Ma ora lui è più indietro.” “E’ più grande di te?” “No, diciassette.” “Avete scazzato?” “No, il fatto è che è troppo legato a me e odia tutti quanti, perchè crede di non essere amato dal mondo. Deve solo imparare a non buttare adosso al prossimo la sua paura. Dunque, abbiamo pensato che sia meglio così: separati. Ognuno per la sua strada. Ma insieme. A lui piace un sacco fermarsi a guardare tutte le fontane, cercare i muschi, mettere i piedi a mollo. Qualche giorno fa ho visto una fontana bellissima e gli ho lasciato un messaggio. Una cosa per lui. Sono sicura che si fermerà.”

“Beh, io mi fermo qui per registrare qualcosa. Puoi restare, se vuoi.” “Io sono lentissima. E’ meglio che vada. Com’è che ti chiami già?” “Orlando” “E poi?” “Manfredi”. “E’ un bel nome?” “Non lo so. E’ un po’ raro. A me piace.” “E tu com’è che ti chiami?” “Lisa” Poi segue un cognome piuttosto olandese. “E a te piace?” “Lisa mi piace ma il mio cognome fa troppo olandese.” “Allora smettila di essere così olandese e abbraccciami”. “Se non ci vediamo più, controlla le fontane.”

20120804-114943.jpg

20120804-115031.jpg

20120804-115100.jpg

La verità dei passi

while walking it’s important to delete weight. Not so important before.

Caminando es importante dejar peso. No asì importante antes.

Questo l’ho capito in mezzo ai boschi del Monte Oca, che da Belorado salgono in cielo e poi giù a strapiombo fino a San Juan de Ortega.
Mentre sento il tendine achilleo come un filo rovente che si sta per spezzare e l’acqua della borraccia sciabordare nella mia testa, in una risacca infinita – chiaro segno che sto trasnumanando – incrocio un giovane coreano. Anche lui sta tornando a piedi da Santiago. Cammina volando sull’asfalto, danzando con le anche, slanciando la testa verso il cielo. Io sono piegato sulle mie racchette come un paralitico, il passo ormai completamente asimmetrico. Mi plana di fianco come una rondine in livrea, per non privarmi del solito “buen camino!” Ma vaff!…ma mettiti nei miei sandali, fratello.

Poi però ho pensato ci fosse qualche ragione nel suo essere così evanescente e – diciamolo – non troppo empatico.
Non bisogna concedere peso a ciò che già costituisce un peso. Non c’è rimedio peggiore alle sofferenze del Cammino che incassarsi, incagliarsi, concedere peso alle proprie infermità. Meglio camminare di meno, riuscendo a rimanere leggeri sui propri passi. Questo è vero in tutti sensi. Quello strettamente biomeccanico e quello dello spirito.

In ogni caso, la verità dei passi è quella che ti regala l’incontro importante.
Fino a qui le rivelazioni più intense sono state quelle dettate dai passi. Non ho dubbi.
Keep in touch!

P.s.
a proposito di perdita di “peso”: perduto il mio asciugamano a Puente la Reina (scusa Silvio!), mi ero ripromesso di comprarne uno nuovo al primo grosso pueblo o città. Avrei dovuto solo resistere un paio di giorni, asciugandomi con la maglietta sudata (sì, non è il massimo ma non c’è altro modo). Beh, mi sono accorto che, se non si vive in Alaska, un asciugamano non è indispensabile in viaggio. Dunque faccio senza. E’ pur sempre un modo di lasciare peso.

20120801-211025.jpg